Salute sul posto di lavoro
Assenteisimo: indagare le cause, non i malati
Un rapporto del Consiglio federale conferma un forte aumento delle assenze per motivi di salute. Se il costo per le imprese è ben documentato, quello a carico dei/delle salariati/e lo è meno. Al di là dei numeri, rimane una domanda: cosa rende lavoratrici e lavoratori così spesso malati e come si può cambiare questa situazione?

Pubblicato lo scorso 19 agosto in risposta al postulato Gutjahr (UDC/TG), il rapporto del Consiglio federale sulle assenze e le assenze per malattia sul posto di lavoro traccia un quadro della situazione finora inedito. Nel 2024 le assenze per motivi di salute hanno raggiunto i 407 milioni di ore, pari a 8,5 giorni per ogni posto di lavoro a tempo pieno – con un aumento di oltre un terzo rispetto al 2010 – e sono state più frequenti tra le donne (9,5 giorni) che tra gli uomini (8 giorni). Le professioni meno qualificate e più esposte a sforzi fisici e stress sono quelle più colpite.
Costi anche per i/le dipendenti
Il rapporto indica che queste assenze per motivi di salute comportano costi stimati nel 2022 pari a 12,7 miliardi di franchi, finanziati per il 62% dai datori di lavoro, per il 36,4% dalle assicurazioni contro la perdita di guadagno (LCA) e per il 2% dalla LAMal. Sebbene il Consiglio federale valuti gli oneri a carico delle imprese, l’USS ricorda che «tace invece sui costi, peraltro considerevoli, a carico delle lavoratrici e dei lavoratori». Nel 2022, tali costi erano stimati a 4,2 miliardi di franchi, pari a 1100 franchi per dipendente. Gran parte di questa somma è finanziata dal personale stesso attraverso i premi assicurativi. A ciò si aggiungono notevoli perdite salariali. L’indennità in caso di malattia copre generalmente solo l’80% dello stipendio.
Al di là di questa concreta constatazione, esiste un’ampia divergenza tra i rappresentanti dei datori di lavoro e quelli dei lavoratori su come ridurre questi danni alla salute e queste assenze. Da parte dell’USS, si deplora il fatto che il rapporto descrive i sintomi di natura finanziaria, senza mai indagare sulle cause delle malattie. Questi aumenti sono da ricercare soprattutto nella «pressione sul lavoro [che] si è intensificata» e nel peggioramento delle condizioni di lavoro, diventate «estenuanti»: pressione dei tempi, carenza di personale, orari irregolari e reperibilità costante. Secondo l’USS, «i lavoratori e le lavoratrici che svolgono professioni fisicamente o psicologicamente impegnative, come la vendita, l’edilizia, i trasporti, la sanità, il settore sociale o numerosi servizi, sono particolarmente colpiti. [...] Le aziende devono garantire un organico sufficiente, prevedere piani di servizio affidabili, assicurare il rigoroso rispetto del tempo di lavoro e di riposo, così come attuare misure efficaci contro l’eccessiva pressione legata ai tempi e alle prestazioni». Secondo l’USS, inoltre, anche lo Stato deve intervenire. Per questo motivo chiede «un rafforzamento significativo delle misure di applicazione e di prevenzione».
Le aziende pongono l’accento non sulle cause della malattia, bensì sui presunti abusi di alcuni lavoratori che otterrebbero troppo facilmente certificati medici da medici che li rilasciano sempre più spesso in modo scorretto. In questo senso, la consigliera nazionale turgoviese dell’UDC che ha presentato il postulato alla base di questo rapporto - ossia l’imprenditrice Diana Gutjahr - aveva presentato una mozione poi approvata a marzo dal Consiglio nazionale, in cui chiedeva un allentamento del segreto medico per contrastare i cosiddetti certificati medici di comodo. Il Consiglio federale si oppone a questa idea, ritenendo che gli strumenti giuridici esistenti siano sufficienti. Anche la classe medica e la FMH vi si oppongono.
Allontanare i malati o curare il lavoro?
Occorre riconoscere che il rapporto del Consiglio federale ha il merito di cercare di proporre misure volte a prevenire o ridurre le assenze dal lavoro e a favorire attivamente il processo di reinserimento. Il documento accenna – purtroppo senza approfondire troppo – a misure lodevoli incentrate sull’ambiente di lavoro, «che consistono nell’adattare le condizioni di lavoro in modo tale che i lavoratori e le lavoratrici si sentano meno esposti a situazioni di stress».
Ciò che si osserva sul campo non è l’attuazione concreta di misure volte alla tutela della salute. Nei trasporti pubblici del Cantone di Vaud, alcuni colleghi riferiscono che i medici di fiducia dichiarano la mancata idoneità alla guida senza alcun obbligo di ricollocazione per l’azienda, oppure, al contrario, rimandano al lavoro persone palesemente inadatte, in spregio sia alla sicurezza dell’utenza, sia alla salute del personale. Lo studio di coorte TRAPHEAC, condotto da Unisanté in collaborazione con il SEV, indica dove cercare le cause che incidono sulla salute del personale di guida, di cui un terzo soffre di esaurimento marcato (grave stress professionale), la metà è affetta da disturbi del sonno e due terzi soffrono di dolori al collo e alla parte bassa della schiena.
Delle risposte esistono, al di là della caccia ai malati: la rendita ponte AVS che il SEV rivendica presso i tpg per un congedo dignitoso che faciliti i pensionamenti anticipati, garantendo al contempo le future rendite; il modello di riqualifica interna in vigore presso le FFS in caso di malattia di lunga durata o di infortunio; oppure misure concrete quali servizi igienici accessibili, veri e propri locali di pausa e turni di servizio limitati a dieci ore, di cui Unisanté dimostra l’effetto misurabile sullo stress e sulla stanchezza al volante. Non resta che convincere i datori di lavoro a investire nell’organizzazione del lavoro – organico, orari, ergonomia – piuttosto che nel sospetto nei confronti di coloro che questo lavoro fa ammalare.
Yves Sancey
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