Incitamento all’odio
«Parlate alle persone che vivono la stessa esperienza»
Circa 50 colleghi e colleghe si sono recati il 25 settembre a Olten per partecipare alla Giornata della Migrazione, incentrata sui temi dell’incitamento all’odio e del lavoro di cura.

Il presidente del SEV Matthias Hartwich cita la canzone di solidarietà di Bertolt Brecht del 1930: «I nostri padroni sono felici della nostra discordia, perché finché ci dividono, rimangono comunque i nostri padroni». La canzone esorta «neri, bianchi, bruni e gialli» a lottare insieme contro la tirannia dei loro «padroni», invece di combattere le loro guerre gli uni contro gli altri. Hartwich solleva così la domanda: a chi giova il discorso d’odio?
Secondo Wikipedia, per «Hate Speech» si intendono espressioni di odio volte a denigrare (gruppi di) persone in base a caratteristiche identitarie «innate» quali l’origine, la religione, il genere, l’orientamento sessuale o la disabilità. «Chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia, religione o per il loro orientamento sessuale; (…) è punito con una pena detentiva fino a tre anni o con una pena pecuniaria», recita l’articolo 261bis del Codice penale svizzero (norma penale sul razzismo).
Besa Mahmuti, segretaria sindacale incaricata delle questioni migratorie presso il SEV, modera la tavola rotonda e chiede al regista Samir Riadh: «Che impatto hanno su di te i discorsi d’odio?» – «Se non avessi compreso, da un punto di vista politico-analitico, che gli apparati di potere suggeriscono alle persone come devono pensar, mi sarei sentito molto male», risponde lui. Infatti, già nell’era predigitale, dopo i suoi interventi pubblici riceveva telefonate di odio, per posta addirittura proiettili di fucile e lettere di lettori «di cui ci si chiedeva come avessero potuto essere pubblicate». È stato insultato definendolo straniero, arabo, musulmano e, dopo l’«11 settembre», terrorista. E si è costruito una corazza.
Szabolcs Mihalyi, consigliere comunale bernese del PS – che all’età di quattro anni è fuggito dall’Ungheria con i genitori – a Berna-Bethlehem ha incontrato «in ogni classe qualcuno che trovava anomalo il fatto che io vivessi qui», anche se queste persone in genere non avevano nulla contro «Sabi» personalmente. Ma il suo nome da solo basta a far sì che alcuni gli neghino ancora oggi il diritto di considerare come patria il Paese in cui è cresciuto. Secondo la sua esperienza, i media pubblicano troppo spesso commenti discriminatori sul web e, una volta segnalati, li cancellano spesso solo dopo ore; i media internazionali lo fanno ancora più tardi, se non addirittura mai. «La moderazione deve essere più rigorosa», esige Mihalyi. Anche Samir Riadh ritiene che l’articolo 261bis e il divieto di discriminazione previsto dalle convenzioni sui diritti umani debbano essere applicati. «A tal fine, tuttavia, Internet dovrebbe essere organizzato in modo cooperativo».
«I commenti pieni di odio hanno già spinto molti giovani al suicidio, quando sono rimasti soli ad affrontare tutto quell’odio», aggiunge Tabea Rai. Pur essendo cresciuta nella regione di Berna, Tabea, in quanto «persona di colore», ha sempre ricevuto molti commenti discriminatori in relazione al suo impegno politico in Consiglio comunale e in Gran Consiglio – a maggior ragione dopo aver fatto coming out come persona non binaria. Tabea, però, ha visto anche questo come un segno del fatto che stava facendo un buon lavoro. In alcuni casi ha scritto delle risposte, «perché l’odio è spesso causato dalla paura di persone che non si conoscono e di cui si ha un’immagine sbagliata». Alcune persone sono state semplicemente socializzate in modo xenofobo.
«Nella nostra società, le donne sono generalmente oggetto di critiche maggiori rispetto agli uomini», osserva Tabea. «E se un’addetta all’assistenza clienti o una persona in sedia a rotelle viene percepita anche come migrante, la soglia di inibizione si abbassa ulteriormente. Spesso le persone coinvolte non si rendono conto che la discriminazione che subiscono è di natura strutturale, ma la vivono come un problema individuale e personale». Tabea Rai consiglia alle persone coinvolte: «Cercate il contatto con persone che vivono la stessa esperienza, senza che questo implichi necessariamente dover migliorare insieme la società».
Nella parte dedicata alla discussione, molti colleghi e colleghe hanno raccontano le proprie es-perienze caratterizzate dall’incitamento all’odio.
Markus Fischer
Sostenere meglio il lavoro di cura
Udo Michel ha presentato il servizio di sostegno del Cantone di Berna, da lui diretto, che offre assistenza alle persone che si prendono cura dei propri familiari. Secondo una stima dell’UFSP del 2018, in Svizzera ci sono circa 600 000 persone che assicurano il lavoro di cura. Si tratta per lo più di donne. Molte di loro avrebbero bisogno di maggiore sostegno per poter continuare a lavorare e non andare incontro al burnout. Per sostenerle, la politica, i datori di lavoro e i sindacati dovrebbero fare di più, ha affermato Michel, in particolare prevedendo disposizioni adeguate nei Contratti collettivi di lavoro. Tra le misure utili si possono citare, ad esempio, orari prevedibili, permessi a breve termine in caso di emergenza o permessi prolungati con garanzia di posto di lavoro. Sarebbe inoltre necessario proporre un maggior numero di servizi di accompagnamento (a prezzi accessibili). Al termine dell’intervento, le esigenze e le soluzioni sono state oggetto di discussione all’interno di gruppi di lavoro.
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